La bellezza di scoprirsi fratelli senza frontiere

La bellezza di scoprirsi fratelli senza frontiere

Domenica 7 novembre in Cattedrale tempo di ringraziamento e invito a cambiare

 

Domenica 7 novembre la diocesi celebra in Cattedrale il Giubileo dei migranti. Per la concomitanza di altre iniziative l’appuntamento, pensato per la Giornata mondiale del migrante (26 settembre) è slittato a novembre.

La celebrazione, che si inserisce negli eventi dell’Anno Santo iacobeo, intende porre l’attenzione, spiega don Elia Matija, direttore dell’ufficio Migrantes diocesano «sui migranti nella nostra diocesi che sono una presenza significativa e ormai in gran parte inserita, perché frequentano le scuole e arrivano, in alcuni casi, già alla terza generazione. Tutti restano legati alla terra e alla cultura di origine che fa di loro una vera ricchezza tra noi. Credo che oggi molti migranti – aggiunge don Matija — siano chiamati ad avere la stessa accoglienza e a dare lo stesso aiuto che hanno ricevuto loro, ai nuovi arrivati nel nostro paese. Sarebbe un bel segno di riconoscenza e gratitudine».

Le celebrazione di Domenica 7 si inserisce nel cammino dell’Anno Santo Iacobeo: «San Giacomo apostolo ha sperimentato sulla sua pelle la fatica del rifiuto e il valore dell’accoglienza, perché la tradizione ci racconta il suo viaggio in Spagna prima del martirio a Gerusalemme e ci parla dei rischi di chi si mette in movimento. San Giacomo è chiamato pure sostegno degli oppressi. Anche oggi abbiamo popoli e tanti fratelli e sorelle oppressi e in viaggio verso una terra in cui cercano risposta alla loro speranza. È nostra responsabilità tentare di rispondere a questa loro speranza. Non possiamo lasciare cadere nel vuoto o, peggio ancora, rifiutare a priori questa loro necessità».

Don Elia ha vissuto in prima persona le fatiche e i drammi della migrazione: «di queste cose, — racconta— ho fatto esperienza diretta, perché giovanissimo ho attraversato l’Adriatico con il gommone e dormito sotto le stelle nei giardini pistoiesi. Per questo mi sento di dire che il primo bisogno dell’immigrato — che non dimentichiamo è una persona umana — , è avere un tetto, un lavoro perché abbia una vita dignitosa. Quindi serve regolarizzare la sua posizione a livello

legale affinché goda di diritti che lo tutelino e sia accompagnato a una piena integrazione nel paese ospitante. L’Europa non può oggi tirare i remi in barca ed essere sorda davanti a tante tragedie umane che si compiono nel nostro Mediterraneo e ai confini europei». Ma l’accoglienza si vive a più livelli. Non riguarda soltanto le istituzioni. «Ognuno di noi — spiega don Elia — può vivere relazioni di apertura e di accoglienza costruendo dal basso una società più giusta e più sana».

«Come ricorda il Concilio Vaticano II, Gesù svela l’uomo all’uomo. Parole che riecheggiano quelle di San Paolo VI, quando affermava che “la Chiesa è esperta in umanità” perché Dio si è incarnato e si è fatto uomo. Per questo non può tacere quando viene intaccata la dignità umana, quando vengono negati i diritti dei più fragili. Il fenomeno migratorio e tante realtà del nostro territorio — conclude don Matija — sono oggi una spinta per le istituzioni civili e per tutta la Chiesa, a cominciare dalle parrocchie, a un’uscita verso gli altri, per camminare insieme nella costruzione di un presente e un futuro di convivenza di pace in cui tutti gli uomini si scoprano sempre più fratelli e sorelle».